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Persefone

Passerò le mie notti a cantarti
finché il giorno geloso non verrà a cercarmi,
a rinchiudermi
nel sottosuolo delle mie catene.
Persefone non cantava l’inferno
rubata al cielo dall’inverno.
Eppure io canto l’oscuro tempo
e ballo fino a tardi
ma non c’è mai fine al peggio
a saperlo, sarei stata più attenta.
Non è a me questo universo
ma resto; altrove c’è poco da fare.

Bolle

Quando t’infili nella bolla e pensi di poterla fare franca, non ci credere. La tua bolla è ben visibile. Le gatte verranno a farti in grembo le fusa, vibra sui baffi loro la tua ansia e tentano di calmarla con la calma del loro brusio panciuto. Gli insetti estivi vorranno succhiarti più veleno che sangue dal corpo, e ti ritroverai bolle e cicatrici in ogni dove. Le ortiche ti graffieranno, per ricordarti che il prurito è passeggero. Il mare scotterà la tua pelle come neanche il fuoco, il sale sarà calce nelle ossa. L’umano ti fisserà stranito, diffidente, ma tu guarderai il viso solo tuo increspato e non farai caso a nessuno dei suoi sguardi, avrai occhi per le sole tue rughe viola sopra le guance. Celi la colpa e la pena che estranei al corpo ti carichi in fondo al ventre. Gioisci, il piacere non è a te dovuto.

Soffri, cara. Ti fa male, non importa, vuoi esportare ogni alito d’amore dalla gola tua, non t’è permesso il desiderio. Cerchi di sparire, speri un giorno di rimpicciolire fino a essere nulla, ti pare inutile mettere le mani nell’aria a te antistante. È così strano galleggiare accanto a quelli che sanno com’è che si fa.

Tu non sai niente e così, piccola e sotterrata, te ne stai.

II

Nella tua calma apparente
odiare ed amare allo stesso modo questo tuo corpo triste
questa tua pelle fine abbracciare
le ossa stringendoti ad esse ed allargarti scendendo dal petto alla vita
e chiederti “A che fare?” appoggiato il capo sulla mano dolente
posa la penna, tu stanca
d’entrare nei corpi degl’altri a provare sofferenze
cui non poni rimedio – non puoi –
baciare le ferite
e andare.